I testi di Sanremo tra retorica e sanscrito. L’analisi del prof. Lorenzo Coveri

700 467 Franco Cesati Editore

Come ogni anno siamo arrivati alla settimana del Festival di Sanremo e ci si interroga sulla qualità dei testi che ho potuto esaminare con attenzione e di cui adesso conosciamo anche l’interpretazione che naturalmente può aggiungere qualcosa al giudizio. Non dimentichiamo che le parole delle canzoni sono pur sempre parole per musica, quindi devono sottostare alle regole e alla grammatica della mascherina musicale.

Soprattutto nelle canzoni di Ancien Régime, come si dice, troviamo dei fenomeni tipo: rime, presenza di monosillabi, di parole tronche in fine di rima, inversioni sintattiche, cioè aggettivi che occupano l’ultimo posto rispetto all’italiano comune, che sono proprio legati a queste necessità metriche della canzone. Negli ultimi tempi anche a Sanremo queste caratteristiche sono venute un po’ meno, anche se ne troviamo alcune nelle canzoni legate agli interpreti più tradizionali: per esempio Michele Zarrillo: “le mani mie”; in Albano ci sono testi con un lessico aulico, alto, retorico; così anche in Gigi D’Alessio.

Troviamo qualche novità invece nei testi dei giovani, per quanto nessuno  si distingua in modo particolare. Forse fra tutti citerei il caso di Francesco Gabbani che ha, come l’anno scorso, un testo divertente con molte parole straniere, molti riferimenti ingegnosi, parole nuove – parla degli “internettologi” – e anche parole addirittura sanscrite come “mantra” e “karma”. È una canzone in cui prende in giro un po’ la mania di molti italiani per la filosofia e la cultura orientale e forse, sotto sotto, c’è anche un riferimento a Franco Battiato.
Gli altri cantanti, che nascono dai talent, spesso riflettono nei testi un italiano che possiamo chiamare generazionale. È un italiano medio, ma forse più un italiano mediocre, che a volte ha una testualità non ben costruita, molti malapropismi, cioè uso di parole non appropriate, che riflettono lo stato non proprio brillante della nostra lingua presso i giovani.

Per quello che riguarda le parole più diffuse naturalmente Sanremo è il luogo di amore che fa o perlomeno faceva, nei decenni scorsi, rima con cuore, ebbene quest’anno effettivamente “amore” è la parola più usata, fra le 22 canzoni in gara, in 56 casi, ma 28 di questi casi risalgono alla canzone di Elodie che è una vincitrice dei talent. La parola “cuore” in fondo alla classifica è citata solo 8 volte. Dopo amore viene molto “vita” con 21 occorrenze, anche perché molti testi di questa edizione parlano non solo di amore, oppure anche di amore, ma fanno delle considerazioni di tipo esistenziale.
In questo senso vorrei sottolineare le due canzoni di Paola Turci e di Fiorella Mannoia che sono anche valorizzate dalla presenza di queste grandi interpreti, ma che hanno un testo ben costruito. Si tratta pur sempre di parole di canzonette ma con una sintassi che sta in piedi. Per quest’anno possiamo dire che ci possiamo anche accontentare.

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