Sciascia e la fiducia nei libri

698 1024 Franco Cesati Editore

La riflessione di Rosario Castelli su Leonardo Sciascia.

 

Mi capita spesso, leggendo i giornali o seguendo i notiziari a proposito di questa o quella notizia del giorno, di chiedermi: chissà che cosa ne avrebbe scritto o cosa ne avrebbe detto oggi Leonardo Sciascia e non so darmi una risposta; non se la sa dare nessuno perché il suo pensiero era sempre risultato di imprevedibili e illuminanti ragionamenti che trovavano nella letteratura un inesauribile serbatoio di verità. Era questa fiducia nei libri a fargli preferire la definizione di uomo di lettere a quella di intellettuale.

Sciascia in questo era molto simile a uno scrittore come Zola perché credeva nel primato della letteratura come strumento di smascheramento dei lati occulti della retorica dominante allo scrittore che usa le parole per diagnosticare i mali della società, senza per questo pretendere di imporre rimedi che spettano invece a chi ci governa.

Lo scrittore è detentore di un capitale simbolico che è unicamente quello della parola, lo scrittore che ha il privilegio di una verità congetturale che gli consente, come scrisse un altro grande intellettuale come Pasolini in un famoso articolo intitolato “Il romanzo delle stragi”, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace, di coordinare fatti anche lontani, di mettere insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, di ristabilire la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero.

Perché oggi è necessario rileggere scrittori come Pasolini o come Leonardo Sciascia? Perché ci dicono della capacità di opporsi al conformismo, alle imposture del potere e della possibilità di farlo a partire dai libri, a partire dalla letteratura e da uno scrivere non compromissorio. Nel ’77 Sciascia scriveva che l’intellettuale è un professionista dell’intelligenza il quale esercita nella società civile, almeno dall’Affaire Dreyfus di Zola, la funzione di capire i fatti di interpretarli, di coglierne le implicazioni anche remote, di scorgerne le conseguenze possibili.

Capire, interpretare, cogliere le conseguenze dei fatti che ci accadono intorno. È quello che Sciascia seppe fare più e meglio di altri ed è il motivo per cui secondo me vale la pena tornare a leggerlo.

Rosario Castelli, “Contraddisse e si contraddisse. Le solitudini di Leonardo Sciascia”.

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